4.2.17

IL CONTRIBUTO CADORINO ALLA COSTITUZIONE DELLA LUXOTTICA s.a.s. DI AGORDO - INTERVISTA DI WALTER MUSIZZA

IL POST VIENE SOSTITUITO CON QUESTA INTERVISTA DA PARTE DELLO STORICO DEL CADORE E DELLE DOLOMITI E GIORNALISTA WALTER MUSIZZA APPARSA SUL "CORRIERE DELLE ALPI" DI BELLUNO IN DATA 4/2/2017, PER LA SUA MIGLIORE LEGGIBILITA' E COMPRENSIONE:


Link Corriere delle Alpi:

http://corrierealpi.gelocal.it/tempo-libero/2017/02/04/news/luxottica-per-del-vecchio-un-trampolino-chiamato-Cadore-1.14823651?ref=fbfca&refresh_ce 


DEL POST ORIGINALE VENGONO MANTENUTI  LE FOTO E I DOCUMENTI. (ALCUNE NOTE SONO AGGIUNTE AL TESTO ORIGINALE DELL'INTERVISTA)


Il noto storico del Cadore e delle Dolomiti e giornalista Walter Musizza, autore (da solo o assieme generalmente a Giovanni De Donà) di moltissimi libri, tra cui: "Sei mesi di guerra sulle Dolomiti. Le foto inedite dell'archivio Cerletti", "I forti di Monte Ricco, Batteria Castello e Col Vaccher", "Giovanni Sala. Il capitano della sentinella", "Tra fronte e retrovie. All'ombra delle tre cime. I servizi logistici nella grande guerra", "Personaggi e storie del Cadore e di Ampezzo", "Margherita. Una Regina sulle Dolomiti. I soggiorni della Regina Margherita di Savoia a Perarolo di Cadore e a Misurina negli anni 1881, 1882 e 1900" [co-autore anche Marco Maierotti], "Le fortificazioni del Cadore (1866 - 1896)", "Dalle Dolomiti al Grappa. La ritirata dal Cadore dopo Caporetto", ha pubblicato il giorno 4/2/2017 sul "Corriere delle Alpi" di Belluno un'intervista con il sottoscritto, che sostituisce il contenuto del Post originale.

Miniatura pagina "Corriere delle Alpi" 4/2/2017


LA STORIA DELL'OCCHIALERIA

Per Del Vecchio
un trampolino
chiamato Cadore

Soravia Capoto: "Dall'alleanza con Metalflex alla nascita nel 1961 del colosso mondiale"

di Walter Musizza

CADORE

La fusione di Luxottica con il gruppo francese Essilor, leader mondiale nella produzione di lenti oftalmiche, annunciata il 16 gennaio scorso, è stata variamente commentata da analisti ed esperti di tutto il mondo. Il matrimonio, che, avrà il suo closing nel secondo semestre del 2017, creerà un colosso mondiale tutto dedicato alla vista, pronto ad offrire risposte concrete e qualificate ai bisogni di oltre 4,5 miliardi di persone, dei quali 2,5 non hanno potuto finora avere accesso alla correzione visiva di cui hanno bisogno. Al raggiungimento di questo eccezionale traguardo, viene naturale volgersi al passato e ricordare come, dove e quando partì la straordinaria avventura industriale. Ne parliamo con Giancarlo Soravia Capoto, per 30 anni personaggio di spicco della fabbrica Metalflex di Venas di Cadore e testimone del decollo, tutto cadorino, di Leonardo Del Vecchio.

Soravia, lei ha pubblicato sul suo Blog “Cadorin Books” un interessante “Contributo cadorino alla costituzione della Luxottica s.a.s. di Agordo”. Ci spiega cosa c’entra il Cadore con l’Agordino?
«Alla fine degli anni ‘50 il Cadore, a differenza di altre zone della provincia di Belluno, tra cui l’Agordino, era già piuttosto industrializzato. Questa azienda, sorta nel 1948, era la Siclov (Società Industria Cadorina Lavorazione Occhiali Venas), poi denominata Metalflex. Sul mensile “Il Cadore” del 10 agosto 1960, comparve un invito diretto ai “Sigg. Industriali” intenzionati a “impiantare, sviluppare, decentrare le proprie aziende” in provincia di Belluno, in cui si offrivano “località adatte e maestranze intelligenti, serie ed attive”, con l’elenco di varie agevolazioni, sia da parte dello Stato con benefici fiscali, sia da parte dei Comuni con la concessione di aree e servizi, sia da parte del Consorzio Bim con finanziamenti a fondo perduto».

Ma l’Agordino allora poteva offrire un contesto capace di attrarre investimenti?
«Decisivo fu il ruolo del sindaco di Agordo di allora, il cavalier Carlo Bortolini (Follina, 1903 - Agordo, 1985), i cui meriti oggi non sono riconosciuti come dovrebbero.[1] Egli, preoccupato per la chiusura delle miniere locali con conseguente perdita di posti di lavoro e desideroso di dare uno sbocco industriale al comune, acquisì da vari privati dei terreni in località Valcozzena, li dotò di infrastrutture e li offrì ai cadorini»

Tutto ciò interessò dunque la Metalflex?
«La Metalflex disponeva di un piccolo stabile in centro a Venas, poi ingrandito in più riprese, ma comunque limitato per le proprie necessità produttive, per cui una nuova fabbrica ad Agordo avrebbe corrisposto alle sue esigenze. Il primo problema da affrontare fu però la ricerca di una persona da mettere alla testa della nuova impresa. La persona che fece da tramite tra i cadorini e Leonardo Del Vecchio si chiamava Mario Da Rin Pagnetto, (Vigo di Cadore, 1915 - Calalzo, 2006)[2] , allora attivo come rappresentante di commercio della Metalflex in varie regioni italiane e ancora presente, a causa di due o tre vecchi clienti, a Milano, zona che già dagli anni ‘50 era stata assegnata a Vincenzo Zampillo  (Caivano, 1928 - Milano, 1996), futuro suocero dello stesso Del Vecchio, in quanto padre di Nicoletta. Da Rin frequentava Del Vecchio come fornitore di aste in alluminio anodizzato per la Metalflex dal suo laboratorio a Milano, lo propose ai principali descrivendolo come un bravissimo giovane ed esperto stampista e gli industriali cadorini ne furono entusiasti, approvando in pieno la scelta per la destinazione di Agordo».

Ma chi era a capo della Metalflex allora?
«Si trattava di una società semplice tra Francesco Da Cortà (Pozzale, 1922 - 1981) che deteneva il 50% delle quote societarie, Elio Toscani (Venas, 1920 - 1997) e Vittorio Toscani (Venas, 1927 - 1966), fratello di Elio».

Quando e come si fece questo “matrimonio”?
«Del Vecchio ebbe l’accortezza di portare egli stesso lo statuto della nuova società (una accomandita semplice), che era stato predisposto non certo a suo sfavore da un noto commercialista di Milano, statuto che il 27 aprile 1961 fu incorporato nell’atto costitutivo della “Luxottica di Del Vecchio & C.” ».

Quanti i soci e quale il loro peso ?
«I soci erano tre, Da Cortà Francesco e Toscani Vittorio accomandanti, Del Vecchio Leonardo accomandatario. I primi articoli dicevano che la Società aveva per oggetto l’industria ed il commercio di occhialeria, stamperia ed attività affini, con durata stabilita fino al 31 dicembre 2000. Il capitale sociale era determinato in 1.500.000 lire sottoscritto e versato dai soci in parti uguali (500.000 lire a testa)».

Il nome “Luxottica” fu scelto da Del Vecchio?
«Ricordo che Francesco Da Cortà si vantava di aver scelto egli stesso il nome, che nel tempo si è rivelato fortunatissimo. Devo dire che Da Cortà lasciò sempre trasparire il proprio rammarico per aver commesso l’errore di sottovalutare le doti del socio Del Vecchio e per aver fatto perdere alla Metalflex un così eccezionale elemento».

Però, fino a questo momento la Metalflex sembrava guidare la danza senza problemi…
«Il momento topico fu l’improvvisa morte, nel 1966, di Vittorio Toscani, a seguito di un colpo apoplettico. Vittorio, che era stato l’animatore dell’avventura agordina della Metalflex, lasciava la giovane moglie e due bambine di sei e tre anni. Egli aveva puntato moltissimo sugli occhiali di acetato a iniezione e Del Vecchio fu in questo campo un tecnico perfetto. Nel 1966 la Luxottica aveva 38 dipendenti, nel 1968 63, mentre la Metalflex contava un centinaio di dipendenti».

Ma le due fabbriche erano concorrenti o complementari tra loro?
«La Metalflex in parte produceva in proprio e in parte commercializzava i prodotti della Luxottica, avendo una sua rete di venditori, sia in Italia (negozi di ottica) che all’estero (importatori). Un giorno Del Vecchio chiese ai soci di commercializzare anche una linea “Luxottica”, ma questi rifiutarono e da lì cominciarono a sorgere degli attriti, finché un giorno Del Vecchio offrì ai soci una determinata cifra per rilevare le loro quote. Ricordo che fui io stesso a far da tramite per detta richiesta tra Del Vecchio e la proprietà Metalflex. La compravendita finale avvenne nel 1969 presso il notaio Adolfo Soccal. Ricordo che tutti gli intervenuti notarono come Del Vecchio sprizzasse letteralmente felicità al raggiungimento di un obiettivo per lui fondamentale. Io avevo caldamente sconsigliato ai miei principali  di cedere le loro quote».

Perché?
«La Luxottica era per la Metalflex la sua unica fornitrice di montature in acetato a iniezione (oltretutto di una qualità insuperabile) e la sua principale fornitrice di componenti vari in metallo. Ecco quindi che, con mio grande disappunto, la cessione della quota di maggioranza della Luxottica a Del Vecchio, causò dalla sera alla mattina un vuoto produttivo e commerciale nella Metalflex, che venne logicamente colmato dalla prima. Essa, infatti, in poco tempo passò anche alla produzione di montature in metallo complete e poi di montature in acetato da lastra. La Metalflex perse così i suoi migliori clienti, che si rivolsero direttamente alla fabbrica di Agordo, guidata da un “patron” giovane, affidabile, esperto tecnico, dinamico, che ispirava totale fiducia». 

Ma oggi possiamo dire che la scelta della Metalflex fu autentico autolesionismo?
«In effetti il tutto avvenne in un contesto paradossale: chi aveva i soldi vendette e chi (allora) non li aveva acquistò. Lo stesso Del Vecchio un giorno mi confidò la sua meraviglia per la decisione dei cadorini di vendere, proprio quando la fabbrica, dopo anni di comuni sacrifici, poteva iniziare a dare i suoi frutti. L’atto di vendita del 1969 porta la firma di Francesco Da Cortà per le proprie quote e di Maria Gei vedova Toscani[3], debitamente autorizzata dal Giudice Tutelare, per le quote intestate per successione alle figlie minori (lei ne era solo in parte usufruttuaria). Veramente la decisione della vedova Toscani di seguire Da Cortà fu contrastata, perché da un lato lei ammirava fortemente Del Vecchio, ma d’altro lato non se la sentiva di contrariare Da Cortà che aveva preso una posizione fortemente critica verso lo stesso Del Vecchio. Per completare il quadro, sulle scelte influì anche Elio, cognato di Maria, socio alla Metalflex ma non (almeno legalmente) alla Luxottica, che era sulle posizioni di Da Cortà. Secondo la mia modesta opinione, fu anche il Giudice Tutelare a sbagliare nel concedere l’autorizzazione[4] alla vendita, per difetto di motivazione, mentre sarebbe stato più corretto lasciare che fossero state le minori stesse a decidere sulla sorte dei loro beni, alla data del rispettivo compimento della maggiore età».

Tutto questo ha determinato una crisi irreversibile per la Metalflex?
«Questo errore  non determinò certamente il tracollo immediato della Metalflex, anche perché poi la sua clientela venne faticosamente ricostruita grazie alla scoperta di nuovi mercati e grazie al ricorso a nuove tecniche di vendita[5] . Ma c’è un proverbio in dialetto che dice ”Scampa an ponto, scampa ento” (Cade un punto (a maglia), cadono cento)».

C’è qualcosa, secondo lei, che accomuna la mossa di Del Vecchio del 1969 con quella di oggi con la francese Essilor?
«Ho letto un passaggio interessante di un’intervista pubblicata da Business Insider Italia il 17 gennaio scorso, in cui Del Vecchio dice tra l’altro: “E’ vero che trattiamo da molto tempo, ma finora i francesi non avevano mai voluto accettare la differenza di peso tra gli azionisti, tra Delfin e gli altri. Ora hanno accettato questa differenza e abbiamo fatto l’affare”. Questa affermazione mi ricorda come anche lo statuto Luxottica s.a.s. del 1961 ponesse il socio accomandatario in posizione privilegiata, assimilabile alla “differenza di peso” nell’odierno affare Essilor. Quando arrivai alla Metalflex nel 1963 mi meravigliai del tipo di società scelto e delle clausole annesse, ma, come si dice, “cosa fatta capo ha”. A mio parere la mossa di oggi con la francese Essilor, più che rimandare alla vicenda del 1969, ha delle analogie con quella del 1961, allorché Del Vecchio riuscì a farsi firmare dai soci lo statuto redatto dal suo commercialista di Milano».

WALTER MUSIZZA



Lo stabilimento Metalflex di Venas (sotto la Chiesa) com'era da fine anni '60 

L'ex stabilimento Metalflex di Venas com'è oggi (convertito in condominio)


Il glorioso logo "Fiorucci-Metalflex" del 1978 che lanciò la moda degli occhiali griffati
Foto del 1965 davanti alla Metalflex. G. Soravia è con una collega d'ufficio

Annuncio su "Il Cadore" del 10/8/1960

Pagine 1/3 "Atto costitutivo Luxottica s.a.s." del 27/4/1961
     

Venas di Cadore, 4 febbraio 2017

Giancarlo (Carlo) Soravia "Capoto"



NOTE

[1] L'opera di Carlo Bortolini mi risulta sia stata completamente dimenticata dai suoi concittadini, secondo quanto mi disse con grande rammarico il figlio Francesco, famoso regista (1943-2016), quando lo contattai poco tempo prima della sua morte per avere i dati anagrafici del padre.

[2] I dati anagrafici delle persone sopra riportate sono di mia personale conoscenza, ad eccezione di quelli del Cav. Carlo Bortolini, avuti dal figlio Francesco. Per i fratelli Elio e Vittorio Toscani, riporto anche il link del sito di Roberto Piccioli, che contiene tutti gli alberi genealogici di Valle e Venas:
http://www.piccioli.com/genealogia/individual.php?pid=I33153&ged=piccioli.ged&tab=0  

[3] detta "Maruska" (Hřebeč, RČS, 1932 - Treviso, 2015)

[4] leggi: dare parere favorevole.

[5] La Metalflex fu anche antesignana, nel 1978, della moda degli occhiali firmati, con l'accordo fatto con Elio Fiorucci. Tale accordo rilanciò in pieno la Metalflex sui mercati italiano ed estero.




13.1.17

IL LIBRO DI GIUSEPPE CADORIN SU TIZIANO VECELLIO, LE SUE CASE E I SUOI FIGLI

In data 7 marzo 2016 pubblicai su Facebook un Post che segnalava il seguente libro, dal titolo:

DELLO AMORE AI VENEZIANI DI TIZIANO VECELLIO DELLE SUE CASE IN CADORE E IN VENEZIA E DELLE VITE DE' SUOI FIGLI

Poiché è abbastanza difficile rintracciare un Post di Facebook, ripubblico il Post in questo mio Blog, al fine di conservarlo e trovarlo con maggiore facilità.

L'autore del libro è l'abate Giuseppe Cadorin (Lorenzago, 1792 - San Fior, 1851), che lo pubblicò a Venezia nel 1833.
Il libro, digitalizzato da Google Books, è disponibile a questo indirizzo:

https://books.google.it/books?id=GhQoAAAAYAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_atb#v=onepage&q&f=false

Esso contiene dettagliate e interessanti informazioni su Tiziano e la sua famiglia e riporta le illustrazioni (litografie della Lit.Veneta su disegni di G.B. Cecchini ) della famiglia di Tiziano, della sua casa di Pieve e di quella di Venezia. Alla fine c'è l'albero genealogico del pittore.
Per chi ha il programma Google Book Downloader [*], il libro può essere scaricato e conservato sul proprio computer. (Fare click sulle immagini per ingrandirle)

FRONTESPIZIO LIBRO

CASA NATALE DI TIZIANO A PIEVE DI CADORE

CASA DI VENEZIA DI TIZIANO (La didascalia dice: in Biri - Campo rotto, civ. N.5526)
GENEALOGIA DI TIZIANO VECELLIO
(avente per capostipite un TOMMASO da Pozzale)



Venas di Cadore, 13 gennaio 2017

Giancarlo Soravia



[*] Google Book Downloader (per Windows) è scaricabile qui:

https://googlebookdownloader.codeplex.com/



1.3.16

LA FINE DEL DISTRETTO CADORINO DELL'OCCHIALE (e dei patrioti)

LA FINE DI UN'EPOCA (foto Roberto Palumbo)
Articolo originariamente pubblicato in data 14/5/2007 su un altro Blog dell'autore e che viene qui riproposto, assieme alla documentatissima tesi di laurea (del 2015) di Davide Bria-Berter dal titolo: La disgregazione del distretto industriale e i suoi effetti economici e sociali: il caso dell'occhialeria del Cadore. Tesi di laurea che il dott. Davide Bria-Berter, che ringrazio, mi ha autorizzato a pubblicare. Sia Bria-Berter che lo scrivente auspicano che le popolazioni del Cadore si rimettano in gioco, quale che sia il settore economico, consapevoli di quanto le stesse popolazioni hanno già dimostrato di saper fare nel tempo. La tesi è scaricabile qui (Dimensione file 1 MB):
La disgregazione del distretto industriale e i suoi effetti economici e sociali - il caso dell'occhialeria del Cadore - Tesi di Laurea di Davide Bria-Berter.pdf
Il sottoscritto si unisce a Davide Bria-Berter nel ricordare che il 15 marzo 2018 ricorrerà il 140° anniversario della fondazione, a Rizzios di Calalzo, della prima fabbrica di occhiali nel territorio cadorino (15 marzo 1878), confidando che l'evento contribuisca a rendere la speranza di rinascita del Cadore più forte e galvanizzante.

Se si cerca su Wikipedia la definizione di distretto industriale
http://it.wikipedia.org/wiki/Distretto_industriale
si troverà:
Il distretto industriale è un'agglomerazione di imprese, in generale di piccola e media dimensione, ubicate in un ambito territoriale circoscritto e storicamente determinato, specializzate in una o più fasi di un processo produttivo e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni di carattere economico e sociale.
.....................................

[Seguono altre informazioni, ma manca ogni riferimento all'attuale situazione dei distretti. Inoltre nessuno sembra aver rilevato le mutazioni tra "vecchi" e "nuovi" distretti industriali. I quali sembrano ormai mancare di quelle interrelazioni e accordi sociali, come ad esempio il "gentlemen's agreement" non infrequente un tempo in Cadore per cui era possibile che un lavoratore non venisse assunto da una ditta concorrente senza il consenso della ditta che occupava il lavoratore medesimo. E volendo fare un altro esempio, c'è una sostanziale differenza tra il vecchio distretto cadorino dell'occhiale, sviluppatosi prevalentemente con il processo di "spin-off", cioè di unità indipendenti formatesi per distacco da altre preesistenti unità, e quello più nuovo agordino, forse anche impropriamente chiamato distretto, di natura più monolitica e verticalistica.]
Fino a qualche anno fa si poteva parlare di uno storico distretto industriale, quello cadorino dell'occhialeria, certamente uno dei più antichi in Italia essendo sorto nel 1878, data di fondazione della prima fabbrica di occhiali cadorina e oggi praticamente scomparso, tra l'indifferenza generale.
Per un po' di storia dell'epoca, vedi anche il mio POST:
http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/08/la-prima-fabbrica-cadorina-di-occhiali.html 
Purtroppo è successo che i politici di Belluno, con a capo l'onorevole democristiano di Mel Gianfranco Orsini (1924-2008), hanno fatto in modo di favorire lo spostamento del distretto cadorino verso il bellunese. Clamorosa in tal senso fu la cosiddetta "legge rifinanziamento Vajont (1990)", in base alla quale "nuove" iniziative industriali nella zona industriale di Longarone furono generosamente finanziate a fondo perduto e con esenzione decennale dall'imposta sui redditi. Cos'è in pratica avvenuto ? Che le maggiori occhialerie localizzate in Cadore (Safilo, De Rigo --stabilimento Lozza--, Marcolin, e altri) crearono delle società formalmente "nuove", con sede a Longarone, in cui piano piano travasare le vecchie storiche sedi cadorine, che finirono totalmente e desolatamente vuote, nel senso letterale del termine (anche un ultimo reparto che la Marcolin manteneva ancora in Cadore ha subito nell'agosto 2010 la stessa sorte; è stato infatti chiuso e spostato a Longarone). Questa drammatica delocalizzazione, che, come si vedrà alla fine, si poteva e si doveva evitare, in quanto non strettamente indispensabile, è stata naturalmente seguita da una crescente penuria di lavoro in Centro Cadore e ha costretto alla chiusura (= lastrico) molti terzisti. Per non parlare delle pesanti ricadute su altri settori dell'economia locale, principalmente quelli collegati a visite di clienti italiani e stranieri, rappresentanti, tecnici, ecc. (alberghi, ristoranti, abbigliamento), e del grave e generalizzato calo dei consumi. Colpisce soprattutto l'inerzia delle amministrazioni cadorine (ma anche della Chiesa locale e della popolazione), che non hanno mosso un dito per la salvaguardia dello storico e vitale distretto.
Va ricordato che nel 1961 si verificò uno spostamento di capitale dal Cadore verso l'Agordino (e di know-how milanese-cadorino), attraverso la creazione di una nuova società, Luxottica s.a.s. (società in accomandita semplice), prima occhialeria in assoluto in territorio agordino. I suoi soci fondatori furono tre, proprietari per 1/3 ciascuno, di cui due di capitale, accomandanti, già titolari di una ben avviata (dal 1948, e chiusa dopo cinquant'anni) occhialeria in Valle di Cadore (Venas) --Francesco Da Cortà (Pozzale, 1922-1981) e Vittorio Toscani (Venas, 1927-1966) [il quale rappresentava anche, di fatto e pariteticamente, il fratello Elio (Venas, 1920-1997)] = Metalflex--, e un giovane (26 anni, essendo nato nel 1935) socio d'opera accomandatario, un valente incisore e artigiano proveniente da Milano, Leonardo Del Vecchio. Luxottica sas beneficiò inizialmente di un generoso finanziamento a fondo perduto BIM e della donazione di un ottimo terreno da parte del Comune di Agordo. Come è noto in tutto il mondo, detta società è diventata, nel tempo, leader mondiale del settore. Questo dopo il totale rilevamento da parte di Del Vecchio delle quote societarie (cioè dei 2/3 in mano agli accomandanti, avvenuto nel 1969 --in tale anno Luxottica aveva 63 addetti, e Metalflex un centinaio, e la quota di Vittorio Toscani era nel frattempo passata ai suoi eredi [moglie e due figliolette, senza poter regolarizzare formalmente il suo accordo con il fratello Elio], essendo egli tragicamente e prematuramente scomparso nel 1966--). L'obiettivo iniziale da parte Metalflex era solo quello di aprire uno stabilimento per la produzione di occhiali di plastica a iniezione [da qui l'abbinamento con un incisore, basandosi la tecnologia dell'iniezione soprattutto sugli stampi: quelli creati da Del Vecchio surclassarono immediatamente i rudimentali stampi allora fabbricati in Cadore], restando la produzione degli occhiali di plastica da lastra e di metallo a Venas [dopo la cessione di Luxottica, Metalflex aprì anche altre fabbriche in altre località del Cadore e dell'Agordino].
Per la storia completa dell'occhialeria nel Comune di Valle di Cadore vedi il mio Post:
http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.com/2010/06/riepilogo-delle-attivita-di-occhialeria.html
Vedi anche il mio recente Post (25/5/2015), che contiene notizie e documenti inediti sulla storia Metalflex/Luxottica, "IL CONTRIBUTO CADORINO ALLA COSTITUZIONE DELLA LUXOTTICA s.a.s. di AGORDO":
http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/05/il-contributo-cadorino-alla.html
Ma il fenomeno Del Vecchio-Luxottica rappresenta certamente qualcosa di unico ed eccezionale per i successi conseguiti dallo stesso Del Vecchio, grazie alle sue straordinarie capacità ed efficenza manageriali, organizzative, finanziarie e commerciali. A mio parere, tuttavia, il ruolo delle parti nel caso Cadore-Agordino (o, se si preferisce, Metalflex-Luxottica), viene generalmente presentato in modo ingiustamente riduttivo a sfavore del Cadore, indicando per esempio Del Vecchio quale unico fondatore della società Luxottica, o mostrando per esempio una sorprendente (per una voce enciclopedica) inaccuratezza nel riportare la sede della Metalflex, [dettaglio corretto successivamente, togliendo Cibiana e indicando correttamente Venas di Cadore].
[Si confronti la compilazione della voce "Microsoft" di Wikipedia, dove Bill Gates è indicato quale fondatore e presidente e Paul Allen co-fondatore della società].
Osservo che la fine (di fatto) del distretto industriale cadorino, causata dal suo spostamento verso il Longaronese e l'Agordino, (e l'Alpago per gli astucci = Fedon) riguarda solo il danno patito da una microregione a vantaggio di altre, all'interno di una medesima provincia. Non è colpa degli altri se il Cadore è stato, nella storia recente, privo di uomini politici patriottici. Con l'eccezione, dal mio punto di vista, dell'Ing. Cav. del Lavoro Pietro Vecellio di Auronzo, Senatore a Roma negli anni '60, il quale ebbe sempre e veramente a cuore gli interessi della piccola Patria Cadorina. Comunque, si stenta quasi a credere a quanto successo, e cioè che i cadorini abbiano impiantato grosse fabbriche nell'Agordino, nel Longaronese, nell'Alpago, già citate, e nella Valbelluna (De Rigo Limana), ma che si siano verificati, a quanto mi risulta, pochissimi casi di investimento industriale in Cadore da parte di agordini, longaronesi, alpagoti e bellunesi messi assieme, che furono segnatamente: "Villa Veneta", poi "Accademie" con i bellunesi Bristot e Liera [fabbrica poi spostata da Valle a Fortogna, e quindi chiusa] ed una acquisizione alla ILPO avvenuta nel 1956/57 da parte del Sen. Tissi, agordino. Alla fine il Cadore si trova ad aver perso quasi tutte le sue industrie.
Esiste tuttavia una prova ed una speranza che dimostra che anche in condizioni ambientali avverse si può far prosperare un'attività, ed è data dalla Errebi di Cibiana, storica fabbrica di chiavi, che, dopo essere stata ceduta dai proprietari cadorini a dei tedeschi, è stata acquistata da abili baschi spagnoli, che la stanno portando a continui successi di mercato. Va considerato che qui si tratta di trasportare grosse quantità di barre di ferro e di ottone, nemmeno paragonabili alle quantità (in peso) degli occhiali, in una strada di difficilissimo accesso per gli autotreni, che a malapena riescono a trovare lo spazio per girarsi. 1)
E' evidente quindi che con lo spostamento di una fabbrica di occhiali dal Cadore verso, poniamo, il Longaronese o l'Alpago, una volta esauriti i temporanei benefici dati dalle agevolazioni "ad hoc", si ottengono, in termini di costo del prodotto, solo dei vantaggi marginali, e si perdono, in termini generali, sia i vantaggi dati dalla esperienza secolare dell'ambiente, sia quelli dati dalla comodità di avere a maggiore portata di mano materie prime, materie sussidiarie e servizi, grazie al distretto. E questo senza tener conto delle ragioni sentimentali, che guarda caso vengono unanimemente riconosciute a Leonardo Del Vecchio, il quale non prenderebbe mai in considerazione l'ipotesi di abbandonare l'Agordino.

Giancarlo (Carlo) Soravia

Venas di Cadore, 14/5/2007 (Aggiornato il 2/3/2016)

Note:

1) Vedere per analogia quanto affermato da Reinhold Würth:
“Puoi raggiungere risultati altamente superiori con un team molto motivato, che dispone di macchinari vecchi e fatiscenti dislocati in un vecchio capannone, rispetto a quello che riuscirai a raggiungere con un team demotivato e privo di stimoli, che ha accesso alle migliori attrezzature e infrastrutture.”
(Reinhold Würth, imprenditore e mecenate nato in Germania nel 1935 che ha costruito, partendo da una ferramenta, un’azienda che occupa 60.000 dipendenti e che va dai sistemi di fissaggio ai pannelli solari.)


Post aggiornato in data 17/1/2017 per coordinarlo con l'articolo, firmato da Walter Musizza, pubblicato sul "Corriere delle Alpi" di Belluno, e qui riportato:

http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/12/waltwr-musizza-in-un-articolo-su-lamico.html


12.9.15

L'ANTICA BERUA CORRISPONDEVA A VALLE DI CADORE ?

Lo storico latino Plinio il Vecchio (Como, 23 - Stabia, 79 d.C.) nella sua Storia naturale ricorda che "Feltre, Trento e Berua sono centri dei Reti, e Verona è dei Reti e degli Euganei". Poi aggiunge: "Si ritiene che i Reti, discendenti degli etruschi, condotti da Reto, furono scacciati dai Galli".

Nel mio Blog sul dialetto e la storia di Venas e del Cadore alla voce Zuglio Lettere T-U-V-Z ho tentato di sostenere il collegamento di Berua con Valle di Cadore, scrivendo:

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il Cadore fosse un municipio romano a sè, con il nome di Berua e con sede a Valle, risolvendo così l'interrogativo della parola "Beruenses" accostata da Plinio il Vecchio  a "Feltrini et Tridentini" (Naturalis Historia, III, 130), interrogativo che resta ancora aperto. Plinio fa comunque una distinzione tra Feltrini, Tridentini e Beruenses, definiti "Raetica oppida", e Iulienses, definiti "Carnorum [oppida]" cioè rispettivamente Reti e [Galli] Carni. Il nome "oppidum" (pl. oppida) in latino poteva significare: luogo fortificato, castello, piazzaforte, città, selva trincerata (presso i barbari Britanni); altri danno anche il significato di municipio.
Secondo lo studioso dei popoli italici pre-romani Santo Mazzarino, Plinio designava come "retici" quei territori nord-etruschi, non del tutto distrutti dai Galli. Ma, come si vede, per gli "Iulienses" non ha scritto, come avrebbe potuto, "Raetorum et Carnorum" (analogamente a quanto scrisse per Verona: "Raetorum et Euganeorum"), cioè [Galli] Carni sovrapposti ai Reti, ma scrisse solo "Carnorum"; forse voleva intendere che l'influsso retico era ormai scomparso. Da questo punto di vista, la parola reto-romanzo, applicata oggidì al linguaggio carnico (friulano) è forse una forzatura.
Ritornando a Berua, già il grande Theodor Mommsen (Garding, 1817-Berlino, 1903) aveva sostenuto la tesi della presenza di un municipio romano a Valle, e il prof. Carlo Anti (Villafranca di Verona, 1889-1961) aveva sviluppato questa tesi collegando il municipio di Valle con il nome di Berua. Un indizio di questa località viene dal dott. Enrico De Lotto (S.Vito di Cadore, 1911 - Domegge, 1963), nella introduzione del libro "Gli scavi archeologici di Valle di Cadore" Tipografia "Panfilo Castaldi" - Feltre - 1963, quando scrive, parlando della strada che da Perarolo portava a Valle di Cadore: "...l'antica strada della Greola (o Berula ?), chiamata anche oggi via romana..."

Inoltre la seguente iscrizione, trovata a Feltre, presumibilmente più antica di quella trovata a Belluno e dedicata a Marco Pudente [Vedi la voce Roma Lettere P-Q-R (dove si approfondisce anche il significato del termine dendrofori)], sembrerebbe confermare la vicinanza di Berua a Feltre:
C(aio) Firmio C(ai) f(ilio) Menen(ia) Rufino equo pub(lico) Lauren(ti) Lav(inati) dec(urioni) flamin(i) patrono collegiorum fab(rorum) cent(onariorum) dendrophorum Feltriae itemque Beruen(sium) colleg(iorum) fabr(orum) Altinatium patrono.
[Per la traduzione ed un riferimento a recenti studi su Berua, vedi la voce Feltre Lettere E-F]

Venas di Valle di Cadore, 12/9/2015


Giancarlo Soravia


P.S.
Allego la piantina delle Zone Archeologiche di Valle, che si trova nel sopracitato libro del dott. De Lotto (fare click sull'immagine per ingrandire):





8.8.15

LA PRIMA FABBRICA CADORINA DI OCCHIALI

Un recente contatto con il giornalista Riccardo Valsecchi mi ha dato l'occasione di riscoprire la storia della nascita dell'occhialeria cadorina, quale risulta dal libro "DALLO SMERALDO DI NERONE AGLI OCCHIALI DEL CADORE" di Enrico De Lotto[1] - Tipografia Benetta Belluno - 1956 - di cui pubblico i seguenti estratti:

Pag. 91:

LA PRIMA FABBRICA CADORINA DI OCCHIALI

     Abbiamo voluto inquadrare Angelo Frescura fra le persone non oscure del suo parentado per meglio lumeggiarne la figura e l'opera affinché apparisca come essa fu, non frutto del caso o di cieca audacia, ma di volontà paziente e cosciente, di ingegno accorto e lungimirante.
     Ritornato in Cadore dunque nel 1877, il Frescura scelse il luogo per la fabbrica in località «Le Piazze» negli «Edifizi» sul Molinà di proprietà di Francesco Giacomelli. Questi «Edifizi» o «opifizi» erano usati un tempo oltre che come mulini, per la fabbricazione dell'olio di noci dai Giacomelli e dai Toffoli. La località prescelta era vicino a Rizzios sulle rive del torrente, dal quale poteva trarre l'energia motrice idraulica per le macchine.
     Nel vecchio mulino, adattato alla meglio, con pochi operai, tra i quali il fratello Leone e Giovanni Lozza, iniziò il lavoro di molatura e montaggio di lenti di fabbricazione estera su occhiali cerchiati metallici, pure di provenienza estera.
     Il 15 marzo 1878 Angelo Frescura stipulò il contratto con gli operai Giovanni Lozza ed il fratello Frescura Leone in termini semplici, ma chiari.
     Questo contratto è certamente l'atto di nascita delle occhialerie cadorine e lo trascriviamo integralmente, come è stato stilato dal notaio dr. F. Giacomelli:
     «Padova 1878.
     Essendo venuto il signor Angelo Frescura nella determinazione di istituire una fabbrica di occhiali in Calalzo del Cadore, ed avendo a questo fine già approntato il locale negli edifizi sul Molinà, di proprietà del signor D.n Francesco Giacomelli, si diviene al presente convegno fra il suddetto Angelo Frescura e gli operai.
     1° Il signor Angelo Frescura assume per lavoranti principali Lozza Giovanni e Frescura Leone assegnando a ciascuno di essi la mercede giornaliera di Lire 2,00.
     2° Viene fatta di conseguenza ai medesimi la consegna di tutto il materiale mobile e fisso esistente in detto locale, del quale materiale verrà eretto regolare inventario e stima che sarà successivamente firmato dal proprietario Frescura e dai due lavoranti presenti.
     3° In apposito registro eretto in duplo, verrà di volta in volta annotato tanto il nuovo materiale che verrà somministrato dal Frescura ai lavoranti; quanto gli articoli lavorati che i medesimi forniranno al Frescura suddetto.
     4° Al compiere di ogni anno verrà fatto il bilancio della fabbrica. Gli utili netti che si saranno ricavati, dedotte le spese tutte inerenti la fabbrica, nonché gli interessi del 6% sulla somma spesa per l'impianto del laboratorio, saranno divisi in parti uguali fra il signor Frescura ed i due lavoranti principali Lozza Giovanni e Frescura Leone.
     5° Il presente convegno è obbligatorio per un anno per entrambi le parti passato il quale, dai risultati ottenuti, sarà facoltativo al signor Frescura Angelo o di continuare nelle medesime condizioni o di modificare come meglio a lui piacerà.
     Il presente convegno viene accettato nella sua integrità da tutti tre gli interessati ed eretto in triplo viene firmato dai medesimi».
                    A. Frescura
                    Lozza Giovanni fu Giuseppe
                    Leon Frescura
     Angelo Frescura fu dunque l'ideatore, l'animatore ed il finanziatore della prima fabbrica di occhiali in Cadore.
….........
FOTOGRAFIA (DEL 1882) DELLA FABBRICA CON GLI OPERAI AL LAVORO

Pag. 60:

LA SCOPERTA DELLA CELLULOIDE E LA FABBRICAZIONE DELLE MONTATURE IN MATERIA PLASTICA

…………
     Ulisse Cargnel trovandosi a Napoli nel 1910, in Corso Roma, nella bottega di certo Larese (oriundo di Auronzo di Cadore) merciaio, ottico, arrotino, ed osservando la lavorazione a mano, fatta dallo stesso Larese, di una montatura per occhiali in vera tartaruga, ebbe l'ispirazione di usare la celluloide. Il Larese, che per caso ne possedeva un pezzetto, approvò l'idea e senz'altro venne abbozzata, ritagliata e portata quasi a termine la prima montatura per occhiali in celluloide in Italia.
     Si racconta che il Larese fabbricasse montature per occhiali segretamente, usando una qualità di celluloide molto simile alla tartaruga, lavorandola naturalmente col seghetto e la lima….
     Senza perder tempo il Cargnel pare abbia scritto subito ai fratelli Lozza, Giuseppe e Lucio, allora alle sue dipendenze come meccanici, impartendo loro istruzioni per l'allestimento dell'attrezzatura adatta alla fabbricazione del nuovo articolo. Al suo rientro in sede i primi esperimenti diedero buoni risultati e nacque così, primo in Italia, il reparto adibito alla fabbricazione degli occhiali in celluloide, con a capo Calisto Fedon di Vallesella.
     Pare che il primo a suggerire al Cargnel l'impiego dell'acqua calda per lavorare gli occhiali di celluloide sia stato Enrico Bonazzola che avrebbe appreso il sistema leggendo casualmente una pubblicazione italiana sulle qualità chimiche e fisiche della celluloide.
     In seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, la lavorazione della celluloide, appena iniziata in Italia proprio in Cadore, fu abbandonata e fu ripresa nel 1920 per opera dei fratelli Lozza che si dedicarono esclusivamente alla fabbricazione di montature in materie plastiche, con la collaborazione di Calisto Fedon.
     Fu avviata così la più grande fabbrica italiana di montature in celluloide per occhiali da vista e da sole, altamente specializzata in questo campo. Naturalmente anche la ditta Cargnel riprese la fabbricazione di montature in celluloide.[2]
…………

NOTE
[1] Enrico De Lotto (S.Vito di Cadore, 1911 - Domegge, 1963) Medico e scrittore. Collaborò con il giovane archeologo autodidatta Giovanni Battista Frescura (Calalzo, 1921 - Padova, 1993) agli scavi della stazione paleoveneta e romana di Lagole di Calalzo. De Lotto incoraggiò Frescura nella sua attività di fortunato scavatore. Scrisse per primo sui materiali e sulle iscrizioni di Lagole e ne rivelò, in Italia ed all'estero la loro grande importanza storica, archeologica, epigrafica, linguistica e religiosa.
A Enrico De Lotto è dedicato il Museo della Magnifica Comunità di Cadore.

[2] La Ditta Cargnel, cui erano stati requisiti e portati via i macchinari dagli austriaci durante la guerra, non ricevette per tempo i danni di guerra dal governo italiano e fallì negli anni '30. Fu rilevata dalla neonata società Sàfilo del Comm. Guglielmo Tabacchi e di Raimondo Giavi di Venas (Per quest'ultimo, vedi la voce Giavi Enrico nel mio Glossario LETTERE G-I)  


27.1.15

IGNAZIO GEI, PIONIERE DELLA VITICOLTURA E DELL'ENOLOGIA A MENDOZA (ARGENTINA)



[Articolo apparso su “Il Cadore” N. 9 – Settembre 1961, visionato presso la Biblioteca Storica Cadorina di Vigo] 

     Nell'illustrazione finora compiuta da questo mensile, di cadorini distintisi all'estero per intraprendenza, tenacia e successo professionale, ci è stato dato di incontrarci quasi esclusivamente in operatori dell'edilizia e della meccanica, cioè delle attività tradizionali del nostro paese. Raramente abbiamo conosciuto qualcuno che abbia raggiunto una distinta posizione in altri campi, e ciò va attribuito forse al basso livello culturale da noi fornito in passato agli emigranti.  

     Fra le poche eccezioni, mi è gradito ricordare oggi la bella figura di Ignazio Gei, avvalendomi delle notizie gentilmente fornitemi dal signor Antonio Baldovin, valoroso industriale di Godoy Cruz (Mendoza), grande amico degli emigrati di quella terra e buon collaboratore de «Il Cadore».

oOo

     Ignazio Gei fa parte della schiera coraggiosa di pionieri che varcarono l'Atlantico negli ultimi decenni del secolo scorso, costretti dal bisogno e sensibili alle promesse dl prosperità che giungevano dall'America del Sud. Nato e cresciuto a Venas in Comune di Valle, appena compiuto il servizio militare nel corpo di Cavalleria emigrò In Argentina, dov'era stato preceduto da molti cadorini diretti soprattutto sulle Ande per lavori ferroviari.  
     
     Fisicamente robusto, dotato di mente sveglia e di molta fiducia in se stesso, si diede fino dal 1886 alla viticoltura. Per quale ispirazione una tale scelta che ha tanto poco di cadorino? Non lo sappiamo, nè risulta se egli avesse ricevuto in materia una qualche preparazione in patria. Si sa invece che il suo ingegno, favorito dalla generosità della terra argentina, ebbe presto ragione di ogni difficoltà e che i primi meritati frutti non tardarono a venire. E con i primi frutti i primi risparmi, e con essi il primo rudimentale impianto enologico. 

     Alle personali capacità e al favore della natura s'aggiunse anche la buona sorte e ben presto il nome di Ignazio Gei fu conosciuto nel mondo industriale argentino come quello di un valoroso iniziatore meritevole di stima e di molta riconoscenza per l'apporto dato all'economia della provincia di Mendoza.

     Ma la sua attività non fu contenuta soltanto in tali limiti, poiché in brevi anni guadagnò credito e lustro in tutta l'Argentina spingendosi anche negli Stati vicini con la partecipazione a diverse esposizioni. E in queste i suoi prodotti figurarono sempre con onore procurandogli soddisfazioni, distinzioni e buona copia di affari per la loro bontà e la genuinità. Tanto che i suoi meriti furono riconosciuti anche dal patrio Governo e S. M. il Re d'Italia lo insignì della Croce di Cavaliere del Lavoro.  

     A questo punto mi piace ripetere testualmente quanto ebbe a scrivere un giornale argentino:  

     « El cronista ha visitado los viñedos Gei, en Cruz de Piedra y declara haber encontrado algo maravilloso, extasiándose en la contemplación del verde paradisiaco que se ofrecía ante su vista. Cepas y parrales (rami e pergolati) exuberantes, cuajados (carichi) de hermosos (bei) racemos (grappoli) de uvas de los más diversos colores y tamaños (grandezze), sazonándose (maturantesi) bajo (sotto) los odorosos rayos de sol mendocino y matizando (e assorbendo) el paisaje...

     « Y todo esto es el resultado de la labor silenciosa, modesta, perseverante de don Ignacio Gei, en la que ha sido (nel quale é stato) acompañado con una eficacia y una actividad inteligente y previsora por la distinguida dama con la que contrajo enlace (con la quale contrasse matrimonio), formando un hogar (focolare) modelo, donde se ha rendido culto al santo amor al trabajo (lavoro), a la virtud y a la honoradez (probitá).

     « Habiéndose prestigiado tanto la marca de sus vinos, alcanzó (conseguí) altísimos diplomas de honor en Paris, en cuya Exposición Universal pudo destacarse... (poté distinguersi). Es así como el vino "Gei" se ha difundido por todo el pais, solicitado empeñosamente por el comercio y contándose sus clientes por centenares y por miles sus consumidores, sin haber recurrido jamas a la reclame...

     « El señor Ignazio Gei puede estar satisfecho de su obra, y a fe que lo está (e lo é infatti), pues sabe (dunque sa) que su vida no ha sido (non é stata) ésteril y que sus hijos (i suoi figli), hoy (oggi) sus eficaces colaboradores, recogerán un dia no sólo una cuantiosa herencia (copiosa ereditá) material, sino un más grande caudal de enseñanzas y virtudes edificantes y ejemplarizadoras ».

     Ai meriti professionali il cav. Ignazio Gei accoppiò notevoli benemerenze sociali. Egli infatti fu in ogni momento un vero fratello per tutti gli emigranti e specialmente per i conterranei, pronto a comprenderli e ad aiutarli. A lui si rivolgevano i nostri operai sicuri della miglior benevolenza come a consigliere e depositario delle loro preoccupazioni, delle gioie e delusioni. Io lo ricordo a Lozzo verso il 1910 in visita ai familiari degli emigrati di questi paesi, carico di oggetti e di denari che gli erano stati affidati dagli amici di Argentina: era in quell'incontro in una sala d'albergo un gran signore inviato dalla Provvidenza e la sua signorilità accresceva la preziosità dei doni. Io ho portato con me per molta parte dei miei anni l'orologio d'argento a doppia cassa marcato Longines ricevuto dalle sue mani per incarico di Marco Baldovin, il fondatore di un notissimo stabilimento meccanico a Godoy Cruz e quindi benemerito dell'economia «mendocina», e alla memoria dell'indimenticabile donatore ho fin da fanciullo associato quella del suo imponente messaggero.

    Se poi grande è sempre stata la generosità del cav. Ignazio Gei verso i conterranei, essa non fu minore verso tutti i connazionali durante la prima guerra mondiale, e c'è da pensare che la reale onorificenza gli fosse conferita anche per le molte prove di filantropia e patriottismo offerte in quel tempo.

   Mori a 86 anni, ancora vegeto e attivo, lasciando largo rimpianto ed ottimo esempio di vita illibata.

   La vedova, signora Susanna Gei, vive ancora, conta 87 anni e conserva una grande vitalità. I figli (quattro maschi e due femmine), tutti accompagnati, hanno una distinta posizione economica: il maggiore, Arturo, dirige l'amministrazione dei beni comuni.  

EZIO BALDOVIN 

[Ezio Baldovin (Lozzo, 1896 - Milano, 1989) Maestro elementare, storico e uomo politico locale. Fu direttore del "Il Cadore" dal 1958 al 1975]
     
[Ignazio Gei “de Sote” nacque a Venas il 19 novembre 1864 e morì a Mendoza nel 1949. Era figlio di Antonio (Venas, 1823-1888) e di Elisabetta Soravia “Capoto” (Venas, 1830-1909). Ignazio Gei fu amico fraterno di Giovanni Giol (Vigonovo del Friuli, 1866 - S.Polo di Piave, 1936), esperto viticoltore, e assieme iniziarono l'attività pionieristica a Mendoza verso la fine degli anni '80. Poi i due presero strade diverse, Giol si associò al luganese Giovanni Battista Gargantini (1891-1985), suo cognato, piantando nuovi vigneti in tutta la provincia mendocina, e il loro vino di marca “Toro” prevalse sul mercato. Nel 1915 Giol decise di tornare in Italia, dove acquistò vaste proprietà. - Notizie fornitemi dal pronipote di Ignazio Gei, Alberto Toscani di Venas e integrate da: 
http://www.lavigna.it/file/1179-bollettino-24.pdf
http://www.piccioli.com/genealogia/individual.php?pid=I31153&ged=piccioli.ged 

20.8.13

ERNESTO DALL'ASTA - L'UOMO CHE REINVENTO' L'AEREO [o una battaglia contro i burocrati]

Romolo Ernesto Dall'Asta "Baioco" (nato a Venas l' 8/4/1901 - morto a Lima, Perù, il 20/10/1964) emigrò giovanissimo in America stabilendosi infine a Lima.
ERNESTO DALL'ASTA QUANDO ERA DISEGNATORE TECNICO DELLA DITTA ETERNIT A LIMA (contrassegnato da un quadratino rosso a destra della foto)
Fu un inventore autodidatta e sviluppò vari brevetti, lasciatimi, quale unico nipote ed erede, in (anche se solo simbolica) eredità, di cui riporto i seguenti:

Apparatus for lifting or propelling aircraft
http://www.google.com/patents?id=FwFNAAAAEBAJ&dq=2183186

 Air Girandole equipped with mechanical sustainers
http://www.google.com/patents?id=VA1LAAAAEBAJ&dq=3143173

L'articolo che segue è del giornalista peruviano David Hidalgo, apparso sul suo sito il 23 aprile 2013 e da me qui tradotto dallo spagnolo. In esso l'autore vuole riportare alla luce il caso di una memorabile battaglia contro la burocrazia combattuta da questo mio zio. Il link dell'articolo originale è il seguente:
http://www.fronterad.com/?q=bitacoras/davidhidalgo/hombre-que-reinvento-avion-o-batalla-contra-burocratas

L'uomo che reinventò l'aereo [o una battaglia contro i burocrati]

Lo scrittore e aviatore Antoine de Saint-Exupéry diceva che uno dei più grandi successi degli uomini era il dispositivo che permetteva loro di volare. "Un aereo è solo una macchina, però è un magnifico strumento di analisi: ci ha rivelato il vero volto della terra", scrisse anni prima del volo che lo avrebbe perso per sempre. Saint-Exupéry, un oracolo letterario degli spiriti innocenti, pensò anche che ogni grande conquista dell'ingegno umano dovrebbe essere soggetta al principio della semplicità. "La perfezione si ottiene non quando non c'è nulla da aggiungere, ma quando non c'è nulla da togliere," disse con una certezza che sembra uscita dai laboratori digitali del ventunesimo secolo. Nei giorni in cui scrisse questa frase, un uomo cercò la propria gloria in Perù con una invenzione che precisamente si proponeva di rivoluzionare la storia dell'aviazione: un aereo senza motore.

Ernesto Dall'Asta era un immigrato italiano residente a Lima. Si presentava come inventore. Una mattina del mese di dicembre 1937 si recò all' Ufficio Brevetti [Oficina de Patentes] per rivendicare il titolo di proprietà intellettuale di una nuova macchina che aveva chiamato: "Apparecchio rotativo a pale, elevatore e propulsore di imbarcazioni aeree". Consisteva di un mulino con due pale curve che, girando ad alta velocità, dovevano generare una resistenza all'aria in grado di sollevare la nave. Uno schermo mobile, come un parafango, consentiva al pilota di cambiare la direzione di quella forza per cambiare direzione. Lo stesso anno in cui la famosa aviatrice Amelia Earhart scomparve durante un volo per l'Africa, lo stesso anno in cui il dirigibile Hindenburg prese fuoco in fase di atterraggio nel New Jersey, lo stesso anno in cui il pilota giapponese Masaaki Iinuma fece il primo viaggio da Tokyo a Londra su una nave modello Kamikaze; lo stesso anno, uno sconosciuto italiano proponeva un nuovo dispositivo alternativo di navigazione aerea "in sostituzione dei sistemi attualmente in uso."
Per maggiore formalità, Dall'Asta diresse la sua domanda di registrazione al Ministro dei Lavori Pubblici [Ministro de Fomento] e allegò la ricevuta di pagamento al perito che doveva determinare la novità del dispositivo. Un'elegante firma con linee involute rivelava la fiducia dell'autore nella sua proposta.

Il capo dell'Ufficio Brevetti [Oficina de Patentes] applicò la scienza burocratica inoltrando la domanda alle rispettive istanze. Tre mesi più tardi, ricevette la risposta del Comandante Generale dell'Aeronautica, con due conclusioni forti: "a) La descrizione del dispositivo è formulata in termini imprecisi e incompleti, per cui non è possibile stabilire in che modo l'inventore intende realizzare la sua applicazione pratica e b) Come presentato il caso e, se il signor E. Dall'Asta non specifica [in che cosa consista] la sua invenzione, non si ritiene che quanto presentato sia suscettibile di ottenere brevetto speciale ".

Ci sono spiriti che si nutrono delle avversità. Lo stesso giorno in cui ricevette questa notifica, Dall'Asta redasse un secondo esposto, ugualmente diretto il ministro, nel quale dava maggiori dettagli e anche una dimostrazione al fine di chiarire i dubbi dei periti. La sua audacia meritò una schiacciante risposta dell'apparato statale, che quando vuole può essere crudele:  

MINISTERO DELLA MARINA E DELL'AERONAUTICA
[MINISTERIO DE MARINA Y AVIACIÓN]
Comando Generale dell'Aeronautica
[Comandancia General De Aeronáutica]

Miraflores, 13 aprile 1938
Signor Direttore Generale dello Sviluppo e dei Lavori Pubblici

In risposta alla richiesta del suo ufficio, il Comando Generale giunge alle seguenti conclusioni:

a) La "ruota a pale" come propulsore non può essere oggetto di brevetto speciale, dal momento che è ben nota ed è stata applicata per un secolo sulle prime navi a vapore; fu poi abbandonata per il suo scarso rendimento rispetto all'elica marina, molto più efficace di quello precedente. Questo riguarda la ruota a pale funzionante in acqua, fluido 800 volte più denso dell'aria. Logicamente, nell'aria il rendimento di una ruota a pale sarebbe ancora inferiore.
b) Dopo quanto detto sopra, considerando la ruota a pale come "propulsore", è chiaro che se la si considera come "elevatore", essa sarà in condizioni di lavoro e di rendimento ancora peggiori, e
c) né come novità né come possibilità pratica di impiego, si ritiene che questo dispositivo o invenzione sia suscettibile di ottenere un brevetto speciale.

Il Colonnello dell'Aeronautica
[El Coronel de Aeronáutica]  

Il Perù non è mai stato un paese entusiasta per i creatori. Il cittadino medio difficilmente ricorda uno o due nomi di inventori peruviani: il palmarès popolare comprende Pedro Ruíz Gallo, un militare del XIX secolo che costruì un favoloso orologio meccanico delle dimensioni di una casa, e Pedro Paulet, che progettò un aereo a razzo che viene considerato come la prima navicella spaziale. Il problema è che l'orologio di Ruíz Gallo fu rubato come trofeo nel corso di una guerra con un paese vicino -dove non riprese mai a funzionare-, e l'aeronave progettata da Paulet non ricevette mai sostegno finanziario da parte dello Stato e finì per perdersi in un deposito. Il costume è così radicato che spesso confondiamo invenzioni con scoperte. "La distinzione tra queste due parole è ben nota," scrisse il matematico francese Jacques Hadamard per scusarsi dell'errore in uno dei suoi libri: la scoperta si riferisce a ciò che già esisteva, ma non era conosciuto; l'invenzione si riferisce a qualcosa che non esisteva precedentemente. "Colombo scoprì l'America, che esisteva prima di lui, Franklin inventò il parafulmine, che non esisteva prima di lui", disse Hadamard, pur ammettendo che in certi casi la distinzione è meno chiara. Niente risulta più discutibile di un trofeo dell'ingegno umano. L'italiano di questa storia non aveva intenzione di arrendersi senza interporsi in questo dibattito universale:

Signor Ministro dei Lavori Pubblici:
[Señor Ministro de Fomento:]

Dopo aver preso nota della nota periziale emessa dal Comando Generale dell'Aeronautica, con tutto rispetto mi presento e dico: Che la citata relazione non copre i punti essenziali che è chiamata ad assolvere e che, in questo caso, dovrebbe concretarsi a quanto segue:
a) è una novità o no l'invenzione nell'applicazione pratica che persegue?
b) Nei suoi dettagli di costruzione e nel principio fisico su cui poggia è, forse, identica a brevetti già concessi o artefatti che sono già di dominio pubblico?
c) E' o no possibile tecnicamente la sua applicazione nella pratica?
 Ogni invenzione esistente tiene una certa somiglianza con qualcosa di esistente. Ad esempio, l'elica non è né più né meno che il famoso vecchio mulino a vento. Tuttavia, nessuno può mettere in dubbio il valore di questa invenzione. Né è un argomento valido la differenza di densità tra acqua e aria, perché troviamo che l'elica, con lievi modifiche di forma, fornisce i suoi servizi sia in acqua che in aria.  
Il sottoscritto ribadisce la sua offerta di condurre un esperimento pratico di fronte ai periti e quindi dare una prova inconfutabile che questa invenzione è tecnicamente fattibile.
Pertanto: Al Signor Ministro chiedo sia formulata una seconda ispezione peritale.  
Firma ED.  

Ci fu un secondo carosello di perplessità: il responsabile dell'Ufficio Brevetti rimise la causa al Corpo degli Ingegneri delle Miniere, che era allora l'unico organo competente a Lima di emettere un parere tecnico sul dilemma; il Corpo delle Miniere si dichiarò incompetente e suggerì di nominare due tecnici militari per eseguire gli esperimenti necessari; immediatamente fu costituito un comitato composto da un capitano, un maggiore e un comandante. Dopo aver discusso le prove, il trio di esperti permeava la sua stanchezza nella lettera di risposta:  

MINISTERO DELLA MARINA E DELL'AERONAUTICA
[MINISTERIO DE MARINA Y AVIACIÓN]
Comando Generale dell'Aeronautica
[Comandancia General De Aeronáutica]

Miraflores, 22 giugno 1938
Dalla: Commissione per riferire in merito all'invenzione del Signor Dall'Asta
Al: Comandante Generale dell'Aviazione
Oggetto: Brevetto per invenzione

Dallo studio della pratica N° 3459, la Commissione è giunta alle seguenti conclusioni:
a) Il principio dell'invenzione non è una novità. In varie realizzazioni di carattere diverso si può trovare lo stesso principio di base (pompa centrifuga, ventilatore, ecc.). Il fatto che questo noto principio non sia utilizzato per sollevare pesi dimostra lo scarso rendimento di questo tipo di macchina per questa applicazione (navigazione aerea).
b) La Commissione non può decidere se l'invenzione sia identica a un brevetto noto, poiché non è sua incombenza concedere brevetti.
c) Per quanto riguarda l'applicazione pratica, anche quando l'azione utile del sistema rotativo fosse capace del sollevamento di pesi o di propulsione, tale azione sarebbe piccola per renderla conveniente in aviazione, per cui la Commissione ritiene che non sia conveniente. Per queste ragioni, la Commissione stima che non si proceda al brevetto richiesto.
Dio vi guardi.    

Il Capitano d'Aviazione / Il Maggiore d'Aviazione / Il Comandante d'Aviazione.
[El Capitán de Aeronáutica / El Mayor de Aeronáutica/ El Comandante de Aeronáutica.]  

La conclusione parve piacere al Comandante Generale, che trasmise la relazione al ministero osservando: "lo faccio mio in tutte le sue parti". Era il verdetto della massima istanza dedicata al trasporto aereo in Perù. Due mesi dopo, la sezione brevetti firmò il parere ed escluse la possibilità di concedere il brevetto. Doveva essere il punto finale, il momento del ritiro in silenzio dopo aver passato attraverso la macchina fresatrice dello Stato. Ma non lo fu per Dall'Asta. L'indefettibile italiano tornò a scrivere una lettera di contestazione al ministro. Questa volta aveva due argomenti: in primo luogo, che la sua invenzione non utilizzava la ridotta forza centrifuga, come affermava la relazione, secondo, che il sistema rotativo non solo era il più efficiente tra tutti quelli conosciuti finora, ma che da tempo immemorabile ha accompagnato l'uomo nei suoi più grandi successi meccanici. "Per esempio, lo stesso aereo. Non utilizza forse l'azione utile che deriva dal movimento di rotazione dell'elica? ", scrisse l'inventore.

Se la firma è come un'impronta digitale dello stato d'animo, i tratti angolosi con cui siglò questa lettera suggeriscono che quel giorno subiva una certa ansia. Era passato più di un anno tra incartamenti e attese. Aveva mandato lettere che certamente mai raggiungevano il destinatario principale (già sappiamo che l'amministrazione pubblica fu inventata per neutralizzare le iniziative dei cittadini). Aveva ricevuto quattro dinieghi ufficiali con tutti i sigilli e firme possibili. Era più probabile che questo nuovo tentativo avesse una destinazione scura come gli altri. La lettera era in viaggio quando, improvvisamente, con un gesto che a questo punto potrebbe essere considerato suicida (amministrativamente, ovviamente), Dall'Asta chiese di interrompere il processo. Non si trattava di una rinuncia. L'italiano aveva optato per un'ultima mossa strategica: dal momento che in questo paese aveva ricevuto tutti i colpi del disprezzo, si propose di ottenere il brevetto per la sua invenzione nella mecca mondiale dell'innovazione scientifica, con il solo ed esplicito scopo di includerla poi tra i documenti che sostenessero la sua domanda in Perù.

Dall'Asta andò all'Ufficio Brevetti degli Stati Uniti con i nuovi disegni dell'invenzione e la descrizione di un "APPARATUS FOR LIFTING OR PROPELLING AIRCRAFT". Dopo un rigoroso esame che non tardò molto, il Commissario dei Brevetti stabilì che l'italiano aveva "giusto" diritto per il titolo di proprietà intellettuale e concesse "il diritto esclusivo di effettuare, utilizzare e vendere l'invenzione in tutti gli Stati Uniti e nei territori dello stesso". Mentre Lima gli aveva negato la licenza ai dieci anni che chiedeva, Washington concesse lo stesso privilegio per diciassette anni. Fu un trionfo pulito e senza grinze. Sarebbe stato sufficiente perché qualunque creatore vivesse per sempre felice e gettasse a terra le meschinità sofferte davanti ai burocrati di un piccolo paese, e, talvolta, meschino. Ma non per Dall'Asta. L'uomo aveva una missione e lo fece conoscere all'uomo che sicuramente non aveva mai ricevuto le sue lettere:

Signor Ministro dei Lavori Pubblici:
[Señor Ministro de Fomento:]
Davanti a voi rispettosamente mi presento e dico:

Che le leggi sui privilegi furono emanate per stimolare lo spirito inventivo latente in ogni individuo, al fine di farne una fonte creativa in grado di fornire alla comunità mezzi nuovi e migliori che le permettano di raggiungere un maggior benessere. Il fatto che l'invenzione utilizzi un principio che non è nuovo, come si sostiene, non può essere una base sufficiente per un rifiuto; un principio fisico può servire come base per una serie di dispositivi che sono dissimili in forma e in uso. Ad esempio, il principio del piano inclinato ha dato origine a manufatti come il mulino a vento, l'elica, l'aereo, il ventilatore, aspirapolvere, la condotta d'acqua, l'aratro, la morsa, la vite, lo scalpello e la pialla del falegname, ecc.
Che l'efficienza di una invenzione non dovrebbe servire a determinare se proceda o meno alla concessione di un brevetto, [ma anche] è ben noto come il sistema di rotazione superi qualsiasi altro che si conosca, essendo che la sua applicazione si estende quotidianamente e costituisce uno dei pilastri su cui poggia l'intero sistema meccanico creato dall'uomo.  
Che per ragioni di completezza, presento una copia fotostatica legalizzata del titolo di proprietà intellettuale che mi è stata conferita per la stessa invenzione negli Stati Uniti. Allego un traduzione ufficiale in castigliano.
Pertanto:
a voi Signor Ministro chiedo di servirsene come sollecito sperando siano presi in considerazione i motivi esposti e i documenti presentati.
Lima, 27 gennaio 1940  

Firma ED.  


Il Terzo Mondo è uno stato mentale. I nostri cimiteri di idee sono pieni di proposte che potrebbero cambiare la storia dell'umanità, ma una volta furono disprezzati come eventi impossibili. Quando inventori provenienti da altri paesi le realizzarono con successo, reclamiamo il dubbioso titolo di "pionieri". E' un modo di dire: "noi siamo venuti prima (ma non facemmo nulla per portarlo a compimento)." La nostra autostima funziona come un atto riflesso: disprezziamo molte cose fino a quando il loro successo all'estero ci fa capire il loro valore. Qualcosa di simile accadde con il caso Dall'Asta: bastò presentare il brevetto statunitense perché l'Olimpo dei burocrati aprisse tutte le porte.   Il Comandante Generale dell'Aeronautica rispose con una nota con un soffio riluttante: "Considerando che i brevetti sono concessi dallo Stato senza garantire la necessità, l'utilità e persino la priorità dell'invenzione, questo comando ritiene che non vi sia alcuno svantaggio perché si conceda al signor Ernesto Dall'Asta il brevetto di invenzione che richiede. Il Corpo degli Ingegneri delle Miniere disse con mentalità burocratica: "In considerazione del parere espresso dal Comando Generale dell'Aeronautica, questa sezione è del parere che possa concedersi il brevetto di invenzione a favore del signor Dall'Asta". Il capo della Sezione Proprietà Industriale finì col santificare così la registrazione: "La richiesta del ricorrente risulta conforme ai precetti della legge in materia ed è stata regolarmente sbrigata senza che alcuna opposizione sia stata fatta in tempo utile." Il caso arrivò alla Corte Suprema per le Questioni Amministrative [Corte Suprema en lo Administrativo], il cui pubblico ministero ordinò il rilascio del brevetto "senza garantire la novità, la priorità o l'utilità dell'invenzione".  

Il 7 febbraio 1941, esattamente 1150 giorni dopo la prima domanda, il Ministro dello Sviluppo e dei Lavori Pubblici firmò un diploma su cartone bianco, intestato con lo Scudo della Repubblica, che fu indirizzato a Don Ernesto Dall'Asta. Era il Brevetto di Invenzione che gli garantiva il diritto esclusivo, per dieci anni, per lo sfruttamento della sua idea. Non sono registrate le reazioni del tenace italiano al vedersi riconosciuto, ma possiamo supporre una elevazione del suo spirito maggiore di quella che risveglierebbe una semplice vittoria casalinga contro la burocrazia. In un certo senso, il suo era stato un trionfo sopra i poteri reali che cercano di mettere parametri all'ingegno umano. Il trionfo del nostro diritto di inventare tutto ciò che vogliamo. Dall'Asta non perdette mai la fede che gli avrebbero dato ragione. La prova è che quando gli fu dato il suo diploma, già teneva in moto la pratica di un'altra invenzione: "Una scatoletta di cartone per contenere e spargere polvere insetticida"

Ottenne il brevetto un anno dopo.

Articolo tradotto in italiano dal sito "FronteraD Revista Digital" di David Hidalgo (Perù) 
(Vedi link sopra riportato)


P.S.
Il brevetto N. 2183186 del 13/12/1937 "APPARATUS FOR LIFTING OR PROPELLING AIRCRAFT" non mi risulta sia stato mai sfruttato.
Ma ho scoperto che in data 4/3/2003 la società Fanwing Limited ha ottenuto il brevetto N. US 6527229 B1 "AERODYNAMIC LIFT GENERATING DEVICE" che mi sembra si ispiri all'idea di Ernesto Dall'Asta [che viene anche citato nella domanda del loro brevetto], come si può vedere dalla seguente pagina del sito di detta società:
http://www.fanwing.com/desc.htm

Il sistema sembra sia oltretutto molto efficiente.





19.10.10

L'ABITO BLU- Racconto di Giuseppe Soravia "Capoto"

L'ABITO BLU di Giuseppe Soravia "Capoto"

Baldo, il contadinotto, s'era svegliato quella mattina, animato da una fredda determinazione: Quel giorno non avrebbe lavorato; sarebbe andato invece a passeggiare nel bosco. Era questo il frutto di una lunga ponderazione. Da tanto tempo vi pensava: "Un giorno o l'altro mi metto in gala e vo' a spasso dall'alba al tramonto." Decisione grave per Baldo, il contadinotto, nato senza camicia e colla zappa in mano.
o o o


Era ancor notte quando scivolò fuor dal letto. E rimase là alquanto, ritto, fantasma grottesco nelle lunghe mutande di lana appena rattenute dalla presa asciutta dei fianchi. Si stropicciò energico le braccia e si lasciò andare ad un lungo sbadiglio sonoro. Accesa la candela sul canterano, si lavò la faccia e il collo come fosse giorno di festa. L'indecisione l'afferrò mentre si soffiava dal naso la schiuma del sapone. Perbacco! Stava per farla grossa davvero! Ma discacciò il molesto pensiero con rapido gesto della mano. "Alla fin fine non vado mica a rubar galline!" Quindi trasse dal cassettone odorante di naftalina, il bell'abito blu delle grandi occasioni, quello colle fodere di seta frusciante e col taschino posteriore per mettervi i soldi: un capolavoro dell'arte cesoria che non temeva confronti da quelle parti e che gli era costato un occhio della testa in un momento di follia spendereccia. Indossandolo, sperimentava quel senso di delizioso soffocamento che aveva provato le altre volte che l'aveva messo e che poteva enumerare tutte sulle dita d'una mano. Era stato infatti il giorno della festa del Santo Patrono, quindi alla Pasqua, il giorno di Natale, ed infine quando si era maritata sua sorella Gelsomina con Gerolamo, lo scarparo. E qui terminava l'elencazione. Dava così, volutamente, alla giornata che incominciava, un carattere, un'impronta di particolare solennità. Nell'abito blu si sentì improvvisamente nobilizzato, elevato. Tagliuzzò col temperino una scheggia di sapone e se la pose nel taschino della giacca.
o o o


Sbiancavano le stelle nel brivido dell'alba, quando Baldo, passato cauto l'uscio di casa, diresse i suoi passi svelti e furtivi alla volta del bosco ceduo. Il gallo in quel momento straziò il silenzio mattutino col suo canto beffardo e sgraziato. Baldo gli lanciò una maledizione. Per prima cosa si beò compiutamente alle arcane armonie della Natura intenta al risveglio: brusii, squittii, schianti, sospiri, mormorii, frulli, tuffi, ansiti, folate, sussurri, tonfi, scricchiolii, sciacquottii, ronfi, brontolii... Poi d'un tratto una grande vampata sulla cresta dei monti e dalle nubi infuocate ecco irrompere Febo colla quadriga del sole preceduto dall'Aurora e dalla Rugiada.

Baldo, uno spettacolo simile non l'aveva mai veduto. Adusato al lavoro assillante, sempre curvo al suolo intento alle patate ed ai pomidori, non aveva mai avuto modo d'apprezzare dovutamente il fenomeno grandioso. Preso da grande emozione si guardò il palmo delle mani che parevano un Sahara in bassorilievo. "Maledizione!" imprecò.

Col passare delle ore si sentì invadere dalla stanchezza. Il suono delle campane di mezzogiorno gli giunse all'orecchio attutito, ovattato dalla distanza. D'un tratto lo prese un senso di gravezza e di noia. Il pentimento vero e proprio lo raggiunse all'improvviso dandogli al cuore un tuffo molesto. "Per la Madonna, che idea balzana!" Si sedette sopra un tronco d'albero abbattuto e meditò. "Perbacco! Ora me ne ritorno a casa come un fesso... M'ho lavato il collo per niente." E improvviso un pensiero di tutt'altra natura, un pensiero strano, espresso in una bassa esclamazione astiosa: "Ah, se possedessi un milione!" Appoggiò i gomiti sulle ginocchia, si prese il volto tra le mani e si mise ad osservare le formiche ai suoi piedi. "Allora sì che farei ballare l'orso!.."

Le laboriose bestiole trasportavano grossi carichi, pesi più del loro corpicino, in un va e vieni disciplinato, instancabile. Ecco una che viene avanti con un carico enorme, spropositato. Si vede ben chiaro lo sforzo che fa per riuscire nell'intento. D'un tratto, nello scendere un valloncello, incespica e cade. Dev'essersi fatta male perché non accenna a rimettersi in piedi. Ecco un'altra formica allora, che si stacca dalla lunga teoria di quelle che tornano e s'avvicina all'infortunata. "Che t'è successo, sorellina?"" le chiede premurosamente. "Ohi! ohi! ohi!" risponde quell'altra: "La gamba, la gamba..." E col capo accenna ad una delle sue zampine che appare assai malconcia.. "Perbacco!" esclama il sopraggiunto, poiché era un maschiotto: "Una storta." E afferrata senza tanti ambagi la gamba malata si mette a massaggiare energicamente. "Ohi! ohi! ohi!" grida più forte la malcapitata. "Ora vai all'infermeria" le dice quindi il galante cavaliere. "Non preoccuparti del carico, che a quello ci penso io. E digli al dottore che guai a lui se ti taglia la gamba. Io sono Marco Vinicio." La prima formica s'allontana zoppicando. "Ehi! ehi!" la richiama quell'altro d'un tratto:"Com'è il tuo nome, vaga donzella?" "Frù-frù" risponde quella facendosi rossa come un carbonchio. "Schiava?" "No, libertina." Marco Vinicio si mette a considerare cogitabondo il grosso carico riverso sul sentierino. "Che razza di pesi!" brontola.
o o o


Baldo non aveva udito nessun rumore di passi, né altro che potesse giustificare la presenza di quei piedi proprio là sotto i suoi occhi. Erano scarpe all'antica quelle, sormontate da grosse lucide fibbie d'argento. Il misterioso personaggio vestiva alla foggia di cent'anni prima. Un ampio mantello nero, malgrado la stagione, lo copriva dalle spalle ai piedi. Il suo volto era pallido, angoloso e duro, ravvivato da occhi nerissimi sormontati da cupe e folte sopracciglia. Era alto, massiccio, e sotto il mantello s'indovinavano le braccia incrociate sul petto.

Baldo lo guardava stupito e sgomento.

"Il diporto di contar le formicole non è per te, amico" fece l'ignoto personaggio. Aveva una voce strana, profonda, dalle tonalità metalliche.

Baldo rimaneva muto ed interdetto. "No, non ti si addice. E' grottesco, puerile. Ho di meglio per te, di meglio assai."

"Ma ... tu... chi sei?!" azzardò Baldo con voce alterata.

Il sinistro messere abbozzò un brutto sogghigno: "Tu l'hai già intuito, amico." disse.

Baldo sbarrò tanto d'occhi e dischiuse la bocca in una muta angosciata interrogazione.

"Si" fece quell'altro: "Si, son proprio io!"

Baldo tentò istintivamente un gesto di croce, ma Satana gli afferrò rapido il braccio.

"Via, via!... Non facciamo scherzi. Prima di tutto ragioniamo. Se permetti, mi siedo accanto a te. " E senz'altri complimenti si sedette. Poi disse di nuovo: "T'ho detto ch'ho di meglio per te..."

"Ma alfine, che significa?" fece Baldo vivamente.

"Significa..." rispose il Diavolo: "Ecco quello che significa." E levata la mano da sotto il mantello, soffregò dolcemente il pollice contro l'indice e il medio in un gesto inequivocabile. "Pecunia, amico mio, pecunia. Ecce quid quinquinorum pecunia omnia regina mundi..."

"Oh!" fece Baldo al suon del diabolico latino: "Come il nostro parroco. Alle volte..."

"Il vostro parroco..." lo interruppe Satana. Fui da lui proprio iersera. Mi piace la contrada. Molto cortese... Parlatore come ve ne son pochi. Un latino poi...Un Orazio Flacco."

"Noi, in paese, lo chiamiamo don Bortolo."
"Già, don Bortolo..." E s'interruppe mordicchiandosi con disapppunto il labbro carnoso. "Una noce dura, ma..." Quindi disse perentorio: " Sol che tu lo desideri, il denaro è pronto."

Un lieve ansito tradiva l'interna emozione di Baldo. Una mosca s'avvicinò al naso del Diavolo coll'evidente proposito di posarvisi. Satana detestava le mosche. Fece l'atto di acchiapparla al volo, ma il tentativo fallì.

Disse Baldo alfine:

"Tu dimostri dell'interessamento alle cose mie. Qual'è il motivo che ti spinge?"

Rispose il Diavolo evasivo: "La tua vita è grama, amico: Lavoro, fatica, sudiciume...Io posso farti ricco, potente.
Baldo respirava a fatica. Disse con voce tremula:

"Ma tu... da me... in cambio... cosa chiedi?

Il Diavolo sospirò profondamente e parve concentrarsi. Intanto la mosca (sempre quella imprudente di prima), eseguite alcune ampie volute a motori spenti, s'era cautamente posata sulla sua guancia mettendosi subito a fare i suoi porci bisogni. Il Diavolo, rigido come una statua, non batteva ciglio. D'un tratto nel profondo silenzio echeggiò il rumore sinistro d'uno schiaffo. Ma il tentativo eroico fallì miseramente anche questa volta. "Maledetta!" ruggì Satana seguendola poi nel suo volo collo sguardo malumorato. Indi, sempre tenendo sott'occhio la mosca che ora ronzava a pieni motori, rispose a Baldo:

"Non mi piacciono i negozi tirati troppo alla lunga. E' l'alma tua che m'interessa, ecco. Desidero d'acquistarla. Pago bene..."
Baldo, che una proposta di quel genere pur se l'aspettava, nel sentirsela formulare tanto crudamente, rimaneva senza respiro.

"No!" esclamò tutto alterato, sconvolto. "No! Vattene!... Questo baratto non si farà. Vattene!"

Il Diavolo sorrise gelido:

"Amico, nessuno ti obbliga..."

"Tu non hai potere alcuno su di me." proseguì Baldo con energia. "No, proprio nessun potere. Con un gesto solo io posso..."

"Tu non lo compirai quel gesto."

Baldo ansimava sordamente. Disse poi, con voce bassa, irrauchita, guardando il suolo come trasognato: "Questo negozio non si farà. No. Non le son cose, perbacco! da proporsi ad un cristiano bennato, timorato di..."

"Zzzzt! " lo interruppe il Diavolo corrugando il ciglio. "Non dire fesserie. Guarda." E da sotto il mantello levò un grosso pacco di biglietti di banca nuovi fiammanti. "Guarda: Un milione tondo tondo."

Baldo, che nella sua vita non aveva tenuto mai tra le sue dita un solo biglietto di quel taglio, si sentì venir meno e si premette ambe le mani contro il cuore in tumulto.

"No!" esclamò alfine: "No... vattene."

"Amico," disse allora il Diavolo: "Non ti posso obbligare; ma pensa: Sei giovane... Pensa ad una vita tutta soffusa di delizie. Non più tribolazioni, non più lavoro ignobile, avvilente. Avrai chi ti serve; sarai amato, rispettato, vezzeggiato: Tutti a gara per farti cosa gradita."

"No!" fece ancora Baldo: "No!"

Il Diavolo si rimetté il pacco dei biglietti sotto il mantello. "Ho dell'altro da fare," disse. "Come t'aggrada," e si alzò ."Ma avrai da pentirtene, amico, ricordati. Lavoro, fatica, sudiciume..." Strimpellò colle dita un ironico cenno di saluto. "Me ne vò."

Baldo lo sogguardava con l'occhio vitreo d'allucinato.

"Addio!" fece il Diavolo e s'avviò.

Baldo emise un ringhio sordo. Con un balzo lo raggiunse e l'agguantò strettamente del mantello.

"Caccia il denaro e vattene, maledetto!" rantolò.

Il Diavolo trasse di nuovo da sotto l'involto, che Baldo afferrò con rabbiosa cupidigia.

"Ora vattene! Vattene, maledetto!..."

Disse il Diavolo: "Contali."

"Mi fido. Vattene!"

Satana s'allontanò d'alcuni passi, poi si rivoltò e colla mano ripeté l'ironico saluto di poc'anzi. La mosca intanto gli andava ronzando nuovamente d'attorno. Il Diavolo la seguiva attento. Una fulminea zampata e Baldo lo vide ghignar bieco mentre si guardava il pugno attraverso le dita socchiuse. "Ora ti porto al caldo." mormorò. Si cacciò il pugno ben stretto nella tasca, quindi batté il terreno tre volte col tallone. La terra si colorò subito di rosso fuoco, una vampata, un sibilo straziante e lungo, e Satana sprofondò nel suo regno.

Baldo giacque al suolo a gemere, a contorcersi e a urlare di raccapriccio.
o o o


Il calessino rotolava veloce sulla strada inghiaiata che menava al capoluogo dove c'era una banca. "Perbacco!" monologava Baldo: "Perbacco che avventura! Un milione!... C'è da impazzire... Ora è finita la schiavitù. Basta con Baldo. D'ora innanzi, Signor Ubaldo, per la Madonna!" A quel pensiero percepì quel senso di delizioso soffocamento che già conosciamo. "Ah! ah! ah!" rise forte, e frustò e rifrustò il cavalluccio che già filava come un diretto. Piombò come un Ajace sulla piazza del paese, che per fortuna in quell'ora meridiana non presentava concorso di popolo.
o o o


Il cassiere della banca, giacca nera, pallido e coll'occhio smorto, andava esaminando con molta attenzione uno di quei biglietti. Guardò quindi il "Signor Ubaldo" che nell'inquadro dello sportello pareva un'allucinata creazione di van Gogh. A caso levò dal mucchio un altro biglietto, lo palpeggiò, lo guardò contro luce, poi guardò nuovamente Baldo che non fiatava. "Ma da chi diavolo avete avuto questi soldi?!" disse. "Eh?!... Come?!..." fece Baldo colpito da un atroce sospetto. Il cassiere seguitava a guardarlo coll'occhio improvvisamente ravvivato. I suoi pomelli apparivano coloriti da un tenue spruzzo sanguigno. "Ma questo è denaro falso, del tutto falso," disse ancora. Baldo s'accasciò con un rantolo.
o o o


Quando Caronte se lo vide comparire davanti, "Ah, ah!" mormorò: "Eccolo qua." Lo prese del braccio e lo spinse nel branco: "Avanti, avanti manigoldi!"


Giuseppe Soravia "Capoto"
nato a Monaco di Baviera il 13 aprile 1902
morto a Verona il 25 settembre 1955