19.10.10

L'ABITO BLU- Racconto di Giuseppe Soravia "Capoto"

L'ABITO BLU di Giuseppe Soravia "Capoto"

Baldo, il contadinotto, s'era svegliato quella mattina, animato da una fredda determinazione: Quel giorno non avrebbe lavorato; sarebbe andato invece a passeggiare nel bosco. Era questo il frutto di una lunga ponderazione. Da tanto tempo vi pensava: "Un giorno o l'altro mi metto in gala e vo' a spasso dall'alba al tramonto." Decisione grave per Baldo, il contadinotto, nato senza camicia e colla zappa in mano.
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Era ancor notte quando scivolò fuor dal letto. E rimase là alquanto, ritto, fantasma grottesco nelle lunghe mutande di lana appena rattenute dalla presa asciutta dei fianchi. Si stropicciò energico le braccia e si lasciò andare ad un lungo sbadiglio sonoro. Accesa la candela sul canterano, si lavò la faccia e il collo come fosse giorno di festa. L'indecisione l'afferrò mentre si soffiava dal naso la schiuma del sapone. Perbacco! Stava per farla grossa davvero! Ma discacciò il molesto pensiero con rapido gesto della mano. "Alla fin fine non vado mica a rubar galline!" Quindi trasse dal cassettone odorante di naftalina, il bell'abito blu delle grandi occasioni, quello colle fodere di seta frusciante e col taschino posteriore per mettervi i soldi: un capolavoro dell'arte cesoria che non temeva confronti da quelle parti e che gli era costato un occhio della testa in un momento di follia spendereccia. Indossandolo, sperimentava quel senso di delizioso soffocamento che aveva provato le altre volte che l'aveva messo e che poteva enumerare tutte sulle dita d'una mano. Era stato infatti il giorno della festa del Santo Patrono, quindi alla Pasqua, il giorno di Natale, ed infine quando si era maritata sua sorella Gelsomina con Gerolamo, lo scarparo. E qui terminava l'elencazione. Dava così, volutamente, alla giornata che incominciava, un carattere, un'impronta di particolare solennità. Nell'abito blu si sentì improvvisamente nobilizzato, elevato. Tagliuzzò col temperino una scheggia di sapone e se la pose nel taschino della giacca.
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Sbiancavano le stelle nel brivido dell'alba, quando Baldo, passato cauto l'uscio di casa, diresse i suoi passi svelti e furtivi alla volta del bosco ceduo. Il gallo in quel momento straziò il silenzio mattutino col suo canto beffardo e sgraziato. Baldo gli lanciò una maledizione. Per prima cosa si beò compiutamente alle arcane armonie della Natura intenta al risveglio: brusii, squittii, schianti, sospiri, mormorii, frulli, tuffi, ansiti, folate, sussurri, tonfi, scricchiolii, sciacquottii, ronfi, brontolii... Poi d'un tratto una grande vampata sulla cresta dei monti e dalle nubi infuocate ecco irrompere Febo colla quadriga del sole preceduto dall'Aurora e dalla Rugiada.

Baldo, uno spettacolo simile non l'aveva mai veduto. Adusato al lavoro assillante, sempre curvo al suolo intento alle patate ed ai pomidori, non aveva mai avuto modo d'apprezzare dovutamente il fenomeno grandioso. Preso da grande emozione si guardò il palmo delle mani che parevano un Sahara in bassorilievo. "Maledizione!" imprecò.

Col passare delle ore si sentì invadere dalla stanchezza. Il suono delle campane di mezzogiorno gli giunse all'orecchio attutito, ovattato dalla distanza. D'un tratto lo prese un senso di gravezza e di noia. Il pentimento vero e proprio lo raggiunse all'improvviso dandogli al cuore un tuffo molesto. "Per la Madonna, che idea balzana!" Si sedette sopra un tronco d'albero abbattuto e meditò. "Perbacco! Ora me ne ritorno a casa come un fesso... M'ho lavato il collo per niente." E improvviso un pensiero di tutt'altra natura, un pensiero strano, espresso in una bassa esclamazione astiosa: "Ah, se possedessi un milione!" Appoggiò i gomiti sulle ginocchia, si prese il volto tra le mani e si mise ad osservare le formiche ai suoi piedi. "Allora sì che farei ballare l'orso!.."

Le laboriose bestiole trasportavano grossi carichi, pesi più del loro corpicino, in un va e vieni disciplinato, instancabile. Ecco una che viene avanti con un carico enorme, spropositato. Si vede ben chiaro lo sforzo che fa per riuscire nell'intento. D'un tratto, nello scendere un valloncello, incespica e cade. Dev'essersi fatta male perché non accenna a rimettersi in piedi. Ecco un'altra formica allora, che si stacca dalla lunga teoria di quelle che tornano e s'avvicina all'infortunata. "Che t'è successo, sorellina?"" le chiede premurosamente. "Ohi! ohi! ohi!" risponde quell'altra: "La gamba, la gamba..." E col capo accenna ad una delle sue zampine che appare assai malconcia.. "Perbacco!" esclama il sopraggiunto, poiché era un maschiotto: "Una storta." E afferrata senza tanti ambagi la gamba malata si mette a massaggiare energicamente. "Ohi! ohi! ohi!" grida più forte la malcapitata. "Ora vai all'infermeria" le dice quindi il galante cavaliere. "Non preoccuparti del carico, che a quello ci penso io. E digli al dottore che guai a lui se ti taglia la gamba. Io sono Marco Vinicio." La prima formica s'allontana zoppicando. "Ehi! ehi!" la richiama quell'altro d'un tratto:"Com'è il tuo nome, vaga donzella?" "Frù-frù" risponde quella facendosi rossa come un carbonchio. "Schiava?" "No, libertina." Marco Vinicio si mette a considerare cogitabondo il grosso carico riverso sul sentierino. "Che razza di pesi!" brontola.
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Baldo non aveva udito nessun rumore di passi, né altro che potesse giustificare la presenza di quei piedi proprio là sotto i suoi occhi. Erano scarpe all'antica quelle, sormontate da grosse lucide fibbie d'argento. Il misterioso personaggio vestiva alla foggia di cent'anni prima. Un ampio mantello nero, malgrado la stagione, lo copriva dalle spalle ai piedi. Il suo volto era pallido, angoloso e duro, ravvivato da occhi nerissimi sormontati da cupe e folte sopracciglia. Era alto, massiccio, e sotto il mantello s'indovinavano le braccia incrociate sul petto.

Baldo lo guardava stupito e sgomento.

"Il diporto di contar le formicole non è per te, amico" fece l'ignoto personaggio. Aveva una voce strana, profonda, dalle tonalità metalliche.

Baldo rimaneva muto ed interdetto. "No, non ti si addice. E' grottesco, puerile. Ho di meglio per te, di meglio assai."

"Ma ... tu... chi sei?!" azzardò Baldo con voce alterata.

Il sinistro messere abbozzò un brutto sogghigno: "Tu l'hai già intuito, amico." disse.

Baldo sbarrò tanto d'occhi e dischiuse la bocca in una muta angosciata interrogazione.

"Si" fece quell'altro: "Si, son proprio io!"

Baldo tentò istintivamente un gesto di croce, ma Satana gli afferrò rapido il braccio.

"Via, via!... Non facciamo scherzi. Prima di tutto ragioniamo. Se permetti, mi siedo accanto a te. " E senz'altri complimenti si sedette. Poi disse di nuovo: "T'ho detto ch'ho di meglio per te..."

"Ma alfine, che significa?" fece Baldo vivamente.

"Significa..." rispose il Diavolo: "Ecco quello che significa." E levata la mano da sotto il mantello, soffregò dolcemente il pollice contro l'indice e il medio in un gesto inequivocabile. "Pecunia, amico mio, pecunia. Ecce quid quinquinorum pecunia omnia regina mundi..."

"Oh!" fece Baldo al suon del diabolico latino: "Come il nostro parroco. Alle volte..."

"Il vostro parroco..." lo interruppe Satana. Fui da lui proprio iersera. Mi piace la contrada. Molto cortese... Parlatore come ve ne son pochi. Un latino poi...Un Orazio Flacco."

"Noi, in paese, lo chiamiamo don Bortolo."
"Già, don Bortolo..." E s'interruppe mordicchiandosi con disapppunto il labbro carnoso. "Una noce dura, ma..." Quindi disse perentorio: " Sol che tu lo desideri, il denaro è pronto."

Un lieve ansito tradiva l'interna emozione di Baldo. Una mosca s'avvicinò al naso del Diavolo coll'evidente proposito di posarvisi. Satana detestava le mosche. Fece l'atto di acchiapparla al volo, ma il tentativo fallì.

Disse Baldo alfine:

"Tu dimostri dell'interessamento alle cose mie. Qual'è il motivo che ti spinge?"

Rispose il Diavolo evasivo: "La tua vita è grama, amico: Lavoro, fatica, sudiciume...Io posso farti ricco, potente.
Baldo respirava a fatica. Disse con voce tremula:

"Ma tu... da me... in cambio... cosa chiedi?

Il Diavolo sospirò profondamente e parve concentrarsi. Intanto la mosca (sempre quella imprudente di prima), eseguite alcune ampie volute a motori spenti, s'era cautamente posata sulla sua guancia mettendosi subito a fare i suoi porci bisogni. Il Diavolo, rigido come una statua, non batteva ciglio. D'un tratto nel profondo silenzio echeggiò il rumore sinistro d'uno schiaffo. Ma il tentativo eroico fallì miseramente anche questa volta. "Maledetta!" ruggì Satana seguendola poi nel suo volo collo sguardo malumorato. Indi, sempre tenendo sott'occhio la mosca che ora ronzava a pieni motori, rispose a Baldo:

"Non mi piacciono i negozi tirati troppo alla lunga. E' l'alma tua che m'interessa, ecco. Desidero d'acquistarla. Pago bene..."
Baldo, che una proposta di quel genere pur se l'aspettava, nel sentirsela formulare tanto crudamente, rimaneva senza respiro.

"No!" esclamò tutto alterato, sconvolto. "No! Vattene!... Questo baratto non si farà. Vattene!"

Il Diavolo sorrise gelido:

"Amico, nessuno ti obbliga..."

"Tu non hai potere alcuno su di me." proseguì Baldo con energia. "No, proprio nessun potere. Con un gesto solo io posso..."

"Tu non lo compirai quel gesto."

Baldo ansimava sordamente. Disse poi, con voce bassa, irrauchita, guardando il suolo come trasognato: "Questo negozio non si farà. No. Non le son cose, perbacco! da proporsi ad un cristiano bennato, timorato di..."

"Zzzzt! " lo interruppe il Diavolo corrugando il ciglio. "Non dire fesserie. Guarda." E da sotto il mantello levò un grosso pacco di biglietti di banca nuovi fiammanti. "Guarda: Un milione tondo tondo."

Baldo, che nella sua vita non aveva tenuto mai tra le sue dita un solo biglietto di quel taglio, si sentì venir meno e si premette ambe le mani contro il cuore in tumulto.

"No!" esclamò alfine: "No... vattene."

"Amico," disse allora il Diavolo: "Non ti posso obbligare; ma pensa: Sei giovane... Pensa ad una vita tutta soffusa di delizie. Non più tribolazioni, non più lavoro ignobile, avvilente. Avrai chi ti serve; sarai amato, rispettato, vezzeggiato: Tutti a gara per farti cosa gradita."

"No!" fece ancora Baldo: "No!"

Il Diavolo si rimetté il pacco dei biglietti sotto il mantello. "Ho dell'altro da fare," disse. "Come t'aggrada," e si alzò ."Ma avrai da pentirtene, amico, ricordati. Lavoro, fatica, sudiciume..." Strimpellò colle dita un ironico cenno di saluto. "Me ne vò."

Baldo lo sogguardava con l'occhio vitreo d'allucinato.

"Addio!" fece il Diavolo e s'avviò.

Baldo emise un ringhio sordo. Con un balzo lo raggiunse e l'agguantò strettamente del mantello.

"Caccia il denaro e vattene, maledetto!" rantolò.

Il Diavolo trasse di nuovo da sotto l'involto, che Baldo afferrò con rabbiosa cupidigia.

"Ora vattene! Vattene, maledetto!..."

Disse il Diavolo: "Contali."

"Mi fido. Vattene!"

Satana s'allontanò d'alcuni passi, poi si rivoltò e colla mano ripeté l'ironico saluto di poc'anzi. La mosca intanto gli andava ronzando nuovamente d'attorno. Il Diavolo la seguiva attento. Una fulminea zampata e Baldo lo vide ghignar bieco mentre si guardava il pugno attraverso le dita socchiuse. "Ora ti porto al caldo." mormorò. Si cacciò il pugno ben stretto nella tasca, quindi batté il terreno tre volte col tallone. La terra si colorò subito di rosso fuoco, una vampata, un sibilo straziante e lungo, e Satana sprofondò nel suo regno.

Baldo giacque al suolo a gemere, a contorcersi e a urlare di raccapriccio.
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Il calessino rotolava veloce sulla strada inghiaiata che menava al capoluogo dove c'era una banca. "Perbacco!" monologava Baldo: "Perbacco che avventura! Un milione!... C'è da impazzire... Ora è finita la schiavitù. Basta con Baldo. D'ora innanzi, Signor Ubaldo, per la Madonna!" A quel pensiero percepì quel senso di delizioso soffocamento che già conosciamo. "Ah! ah! ah!" rise forte, e frustò e rifrustò il cavalluccio che già filava come un diretto. Piombò come un Ajace sulla piazza del paese, che per fortuna in quell'ora meridiana non presentava concorso di popolo.
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Il cassiere della banca, giacca nera, pallido e coll'occhio smorto, andava esaminando con molta attenzione uno di quei biglietti. Guardò quindi il "Signor Ubaldo" che nell'inquadro dello sportello pareva un'allucinata creazione di van Gogh. A caso levò dal mucchio un altro biglietto, lo palpeggiò, lo guardò contro luce, poi guardò nuovamente Baldo che non fiatava. "Ma da chi diavolo avete avuto questi soldi?!" disse. "Eh?!... Come?!..." fece Baldo colpito da un atroce sospetto. Il cassiere seguitava a guardarlo coll'occhio improvvisamente ravvivato. I suoi pomelli apparivano coloriti da un tenue spruzzo sanguigno. "Ma questo è denaro falso, del tutto falso," disse ancora. Baldo s'accasciò con un rantolo.
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Quando Caronte se lo vide comparire davanti, "Ah, ah!" mormorò: "Eccolo qua." Lo prese del braccio e lo spinse nel branco: "Avanti, avanti manigoldi!"


Giuseppe Soravia "Capoto"
nato a Monaco di Baviera il 13 aprile 1902
morto a Verona il 25 settembre 1955